Si avvicinano gli anni del I° conflitto Mondiale che tanto doveva spargerne di sangue il nostro territorio. Le mire dell'Austria di invadere il Veneto e di segnare i suoi confini al PO erano ormai noti a tutti. E' risaputo come il 6 settembre 1903 le autorità del "Grande Rapporto Militare", che presiedevano le manovre, avessero conferito con S.M. Vittorio Emanuele III per oltre un'ora e mezza nella sala Maggiore nel Municipio di Montebelluna, onorata della visita di S.M. il re d'Italia. Questo era senz'altro il preludio di quello che doveva ineluttabilmente capitare nel 1914. Se in quell'anno l'Italia ha potuto, con piena lealtà anche se non rispettosa del patto sancito con la Triplice Alleanza, dichiararsi neutrale, nel maggio del 1915, entrò in guerra a fianco dell'Intesa.

Tricee in Via Groppa Tricee in Via Groppa con basamento per cannoni

Trincee a difesa della collina di Mercato Vecchio


Ci basti affermare che fin dall'inizio delle ostilità (24 maggio 1915) Montebelluna era stata scelta come centro d'installazione dei servizi di retrovia.
A Villa Binetti era stabilita l'intendenza della IV Armata; ospedali militari erano allestiti nella villa Correr-Pisani-Marchesi a Biadene, e a villa Morasutti in Visnà di Posmon e nella casa convitto dei cotonifici trevigiani in Via Risorgimento, mentre nella villa Stocco, ora Bassi, a Posmon si era creato un dispositivo di convalescenza e tappa; e presso Simon Mansueto nella presa 18 sul Montello s'era costruito un fortilizio con il materiale ricavato dalla demolizione alcune casette monopietra e si era adibito ad ospedaletto da campo.


Il Duomo in costruzione, adibito a deposito carburanti.

Dal 16 maggio 1915 e progressivamente sempre più frequenti si segnalano incursioni aeree e bombardamenti fino a giungere al novembre del 1917 quando contarono nella sola Pieve di Montebelluna " ben 47 bombardamenti e 41 tiri d'artiglieria con 20 case distrutte, 160 rese inabitabili, molti militari uccisi e cinque civili". In seguito ci fu il momento che vide la nostra gente far rapidamente fagotto e dirigersi profuga a Campobasso e 100 città del meridione.
Superato un primo momento di smarrimento, caratterizzato da ripetuti scontri con il nemico, gli impiegati e gli addetti ai pubblici servizi di Montebelluna, con alto senso del dovere restò in paese e la sede comunale fu trasferita a Posmon nella villa Polin con tutti gli uffici dipendenti.
Il Sindaco, ing. Guido Dall'Armi ritenne opportuno dimettersi per lasciar posto ad un commissario militare, dal momento che i problemi civili si confondevano con quelli militari.
Il giorno 23 giugno 1918 è il giorno del trionfo, dopo aver fronteggiato attacchi e contrattacchi catture di prigionieri, accaniti corpo a corpo e spargimento di sangue d'ambo i fronti (ma più da parte nemica) dei giorni precedenti. Il Nemico è in disordinata ed indisciplinata ritirata. Alle 20 il bollettino di guerra annuncia: "Dal Montello al mare il nemico sconfitto ed incalzato dalle nostre valorose truppe ripassa in disordine il Piave" (Diaz).

Cosi finì la battaglia del Solstizio; La lotta dei giganti è finita; al nemico affranto è stata tolta ogni possibiltà di vittoria. I comuni compresi nel territorio montebellunese hanno dato nella I Guerra Mondiale Un migliaio di caduti. A questi ogni parrocchia eresse un cippo, una stele e dove era possibile un Ossario.







Anche Montebelluna prese parte attiva alla lotta partigiana e venne ad avere un posto importante in tutto il movimento. In fatti si stavano costituendo le prime Brigate partigiane nella montagna e, per contrario, andava sempre più inferocendo con arresti e rappresaglie la reazione nazirepubblichina.
L'opera del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) di Montebelluna dovette allora concentrare la sua attività nell'aiutare e soccorrere con tutti i mezzi disponibili le vittime politiche, i patrioti, col raccogliere fondi, generi alimentari per i partigiani, col mantenere i collegamenti con i gruppi militari clandestini. Anche il capitano Alberto Rizzo costituì a Montebelluna la brigata"Montello", forte di circa 200 uomini.
Nell'agosto del 1944 i nazifascisti tentarono di stroncare l'attività del C.N.L. di Montebelluna con l'arresto del suo presidente Romolo Pellizzari ma avvertito in tempo, egli poté mettersi in salvo. Vengono finalmente le giornate liberatrici dell'aprile 1945. IL 27 aprile, festa di San Liberale (il giorno della cattura di Mussolini) Montebelluna rigurgita di truppe tedesche giacché qui si è trasferito il comandi di Padova con tutti i suoi uomini. Impossibile al momento attaccarli; ma è necessario renderli inoffensivi e di preservare il paese da possibili rappresaglie e saccheggi. Il C.N.L. incarica pertanto il mons. Prevosto di presentarsi al comando germanico e di chiederne la resa ed ottiene, per intanto che si aprano le trattative.
Secondo l'intesa la sera del giorno stesso parlamentari dei partigiani e del comando germanico s'incontrarono presso l'asilo Bertolini. Ma non fu possibile un accordo e fu rimessa al 29 la ripresa delle trattative. Ma intanto, in questo stesso 29, nella casa di Via Montegrappa, n°16, si è riunito il quartier generale dell'insurrezione che, d'accordo con le brigate di zona, decide di interrompere la trattative e di passare all'attacco. Nello stesso 29 era poi, creata la Giunta municipale. Ciò significava che il C.L.N. del mandamento assumeva tutti i poteri di amministrazione e di polizia nel comune di Montebelluna.
La mattina del 30 aprile il comando locale dei partigiani ordinava l'attacco ad una colonna tedesca proveniente da Trevignano. Tale colonna si attestò davanti a villa Manin facendo uso di armi automatiche contro i partigiani comandati dal capitano Alberto Rizzo. Ad un certo punto i tedeschi misero in azione i mortai, ma i volontari della libertà, benché disponessero di mezzi notevolmente inferiori, resistevano, mentre altri combattimenti si svolgevano in varie località della periferia, a Biadene, San Gaetano, Posmon, Rive di Mercato Vecchio e altrove e erano catturati prigionieri e privati di armi e automezzi.
I tedeschi allora tentarono di piegare la resistenza con le minacce e mandarono un ultimatum con l'ingiunzione che se non fosse cessato il fuoco, sarebbero stati fucilati 40 ostaggi, che nel corso della mattina avevano prelevato in parecchie famiglie di Via Roma. Venne In ogni caso deciso di respingere l'ultimatum annunciando invece, che se un solo ostaggio fosse stato ucciso, immediatamente sarebbero stati fucilati tutti i prigionieri tedeschi catturati. Sentita la risposta, i tedeschi furono più ragionevoli e fu convenuto che i nostri ostaggi fossero scambiati con altrettanti prigionieri tedeschi e che il fuoco sarebbe cessato da entrambe le parti.
Così Montebelluna, dopo circa cinque ore di lotta, fu libera Ritornati alle loro case da ogni parte d'Europa, i nostri cittadini si misero con tutte le loro energie a sgomberare le macerie, a riedificare la case, i ponti, le ferrovia e a riprendere la normalità dappertutto, in città come anche nelle campagne, perché dovunque la guerra aveva lasciato i suoi segni cruenti.


Un ringraziamento particolare per la preziosa ricerca di questa parte di storia ad
Agnese Daminato e Giulia Poloni.